
La comunizzazione designa una teoria rivoluzionaria che rifiuta qualsiasi fase di transizione tra il capitalismo e il comunismo. Apparso nei dibattiti militanti e intellettuali dopo il 1968, questo concetto rompe con le strategie classiche del movimento operaio, che si tratti della presa del potere statale o dell’autogestione. Essa afferma che la distruzione dei rapporti capitalistici e la produzione di nuovi rapporti sociali devono avvenire simultaneamente, non in modo sequenziale.
Dopo il 1968: perché la comunizzazione rompe con il programma operaio
La maggior parte delle correnti marxiste del ventesimo secolo condivideva uno schema comune: il proletariato si impossessa del potere, instaura un periodo di transizione (dittatura del proletariato, pianificazione, autogestione), poi arriva il comunismo. Questo schema si basa sull’idea che la classe operaia possa affermarsi positivamente come classe dirigente prima di abolirsi.
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I teorici della comunizzazione contestano precisamente questo postulato. Per loro, la classe non può affermarsi senza riprodurre il capitale. Qualsiasi organizzazione permanente di classe, qualsiasi programma di gestione dell’economia esistente riproduce le stesse categorie che pretende di superare: lavoro salariato, valore, merce.
Questa rottura affonda le radici nel bilancio delle esperienze rivoluzionarie del ventesimo secolo. Il Portogallo del 1974-1975, la Polonia degli anni ’80, ma anche i limiti dei consigli operai: ogni volta, la gestione operaia della produzione si è scontrata con la riproduzione dei rapporti mercantili. Come formula Gilles Dauvé, l’eredità di queste esperienze “era senza testamento”, cioè non forniva un modello riproducibile.
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La comunizzazione come concetto emerge da questo constatato fallimento. Essa non propone un nuovo programma, ma afferma che il momento rivoluzionario trasforma immediatamente i rapporti tra individui, oppure non è rivoluzionario.

Abolizione del lavoro e critica del valore: il nucleo teorico
Il cuore della teoria si basa su una rilettura di Marx, in particolare dei Grundrisse e del Capitale, che distingue il lavoro come attività umana dal lavoro come categoria sociale del capitalismo. Nel modo di produzione capitalista, il lavoro riduce ogni attività a una sostanza unica, misurabile in tempo, scambiabile per un salario.
Abolire il lavoro non significa eliminare ogni attività produttiva. Significa distruggere il quadro sociale che rende il lavoro la mediazione obbligatoria tra gli individui e i loro mezzi di sussistenza. La comunizzazione implica quindi la soppressione simultanea del salariato, dello scambio mercantile e del valore.
Questa posizione si distingue dal progetto consigliere, che prevedeva di mantenere la misura del tempo di lavoro come strumento di distribuzione in una società post-capitalista. I sostenitori della comunizzazione considerano che ogni contabilizzazione in tempo di lavoro riproduce la logica del valore. Tuttavia, non propongono un piano alternativo dettagliato per organizzare la produzione, il che costituisce una delle critiche ricorrenti rivolte a questa teoria.
Ciò che la comunizzazione non è
È necessario distinguere questo approccio da diverse nozioni vicine che possono creare confusione:
- Non si confonde con il comunismo libertario o l’anarchismo, sebbene condivida la critica allo Stato. La comunizzazione rifiuta anche l’autogestione come orizzonte sufficiente.
- Non rientra nel “comunismo dei consigli” tradizionale, poiché rifiuta la gestione operaia dell’economia come fase transitoria.
- Non designa un movimento sociale esistente o un partito. È innanzitutto un concetto teorico, che analizza le condizioni in cui potrebbe avvenire una rottura rivoluzionaria.
Contraddizione tra proletariato e capitale: il motore della teoria
Per i teorici riuniti attorno a riviste come Théorie Communiste o SIC, la comunizzazione deriva da un’analisi del rapporto tra classi. Il proletariato non trova più nella sua esistenza di classe la base di un progetto positivo. La ristrutturazione capitalista dagli anni ’70 ha progressivamente distrutto le forme di identità operaia (fabbrica fordista, quartieri operai, sindacati di massa) che permettevano alla classe di costituirsi come forza autonoma.
Questa lettura fa della contraddizione tra proletariato e capitale il motore stesso della prospettiva comunizzatrice. Il proletariato, lottando, mette in discussione la propria esistenza come classe, perché questa esistenza è diventata una costrizione esterna piuttosto che un’identità rivendicata.
I dati disponibili non consentono di decidere su come questo processo potrebbe concretizzarsi. La teoria descrive un orizzonte logico, non uno scenario operativo. È proprio questo che alimenta i dibattiti interni più accesi tra le correnti comunizzatrici.
La comunizzazione come oggetto di storia intellettuale
Negli ultimi anni, la comunizzazione è stata studiata anche come un fenomeno di storia delle idee. Lavori accademici, in particolare quelli accessibili tramite piattaforme come OpenEdition, collocano questa teoria nella genealogia delle ricomposizioni teoriche post-1968. La comunizzazione è passata dallo status di posizione militante a quello di oggetto accademico.
Questo spostamento non è neutro. Permette di mappare meglio le filiazioni (situazionismo, ultra-sinistra italiana e francese, bordighismo eterodosso) e i punti di rottura. Tuttavia, suscita anche tensioni: alcuni autori ritengono che l’accademizzazione neutralizzi la portata critica della teoria trasformandola in una semplice curiosità intellettuale.
I testi recenti pongono maggiormente l’accento sulla critica delle strategie politiche classiche, comprese quelle derivanti dai movimenti sociali contemporanei. L’argomento centrale rimane che ogni gestione della società esistente riproduce i rapporti capitalistici, che sia portata da uno Stato, un sindacato o un’assemblea popolare.

La comunizzazione rimane una teoria esigente, la cui principale forza è anche il principale limite: essa pone un quadro di analisi radicale della società capitalista, ma non fornisce una tabella di marcia. Le divergenze tra le correnti riguardano tanto la lettura di Marx quanto la possibilità stessa di formulare un progetto positivo. Ciò che fa consenso è il rifiuto di ogni transizione. Il resto è un cantiere aperto, che né i militanti né gli accademici hanno chiuso.